del resto m'importa 'na sega, sai

Dolorama18:44 - 11/2/2004
Patito quel che si doveva, appreso ciò che s’è potuto, dimenticato il dimenticabile di volti voci e sapori, degli anni che non contano (l’adolescenza pensierosa) ho scontato tutto, ma non queste poche cose:
La prima è l’amico che tutto vede
La seconda il tempo che m’appartiene
La terza ed ultima non sapere che ne è stato di entrambi

Adesso che gli anni li considero tutti e più volte lo stesso per starne certo, ho legato i nodi alle dita di una mano, e ne ho avanzate due:
Il primo dito è per l’amico che non sono
Il secondo per il tempo che ho venduto
Il terzo e non ultimo per le lacrime non versate quand’era il caso

Con le dita avanzate farò ciò che suggerisce il cuore, l’occhio ed il buon governo di sé.
In gola, si capisce.
 
Tramonti e pianure18:20 - 6/2/2004
Tornando a casa ho capito che non c’è né senso né motivo alcuno perchè la felicità appartenga all’universo delle cose comprese e, dunque, amate.
M’è bastato poco: uno sguardo oltre il vetro della macchina; la luce del crepuscolo (se capir si può che il crepuscolo ha luce e ombre e contorni riflessi).
Con questo poco, ho capito più di quanto inseguito invano tra pensieri, ragionamenti, sogni.
C’è voluto del cuore, va detto.
Perché felice del momento lo sono stato già, persino in gioventù.
Ma di goderne senza aspettarne ancora come fosse un dovere, ne sono capace da così poco che appena ho avuto il tempo di scriverne, adesso.
Conficcato tra il giorno e la sera come un coltello senza lama, sto in equilibrio per miracolo, per scelta o per caso.
Eppure so benissimo dove andare e prendo tutto questo buio e per una volta ancora mi basta.
Basta a non pensare che vivere senza averlo prima pensato è indispensabile a pensare d’aver davvero vissuto.
 
Jenny che parla con i cani19:48 - 20/1/2004
Jenny è tornata di sera col buio come per vergognarsi, coprirsi le spalle, confondersi. Jenny non riconosce più nessuno; passa il tempo passando con il cane, avanti e indietro con gli occhi bassi come una donna al telaio.
Jenny che parla con i cani a vederla non sembra nemmeno guarita; non sembra neanche tornata.
Ma una sera che non c’era niente da fare mi sono avvicinato e siamo passati insieme per strada, io Jenny ed i cani. Ho ascoltato quello che aveva da dire e osservato lo sguardo del cane che ricambiava la premura e l’attenzione.
Io che venivo da un luogo certo e me ne andavo per strada con tutte le ragioni per farlo, ho camminato con lei che non ne aveva nessuna.
Ho ascoltato il silenzio che voleva dire e aspettato che lo sguardo del cane ricambiasse la premura e l’attenzione.
Camminando verso la mia destinazione svoltai con passo svelto per non fare tardi.
Saranno state le nove e quaranta.
Jenny e la strada continuarono per un altro po’, fino in fondo al paese.
I cani seguivano con disciplina le ombre dei lampioni e la sua figura allungata sui muri.
C’era appena una nuvola appiccicata come un’offesa alla luna.
Non ho visto quello che aveva da nascondere né lo sguardo del cane che congedava la premura e l’attenzione.
Jenny che parla con i cani a vederla non sembra nemmeno ammalata, non sembra neanche partita.
 
sei uno 17:22 - 6/1/2004
che cos'hai fatto in tutto questo tempo? lo supponevo.

 
La pagina vuota19:23 - 29/11/2003
Perché incapace d’azione cominciò a scrivere, come si comincia sempre nei film, per caso e necessità.
La pagina vuota doveva riempire di parole e pensieri per campare e per Cumpà Giovanni che in cambio manteneva e pubblicava con gusto e con assegni, entrambi leggeri.
Passarono notti in bianco, lui e la pagina vuota, per contrasto con il nero fuori e dentro la stanza, il buio interrotto con diritto di replica dalla luce grama delle sessanta candele, sessanta.
Scrivi la pagina che vivi, batti parole che parli, frega la punteggiatura che non ti prenderanno mai, incensurato e uguale a mille senza volto, senza storia né merito. Scrivi e poi scrivi ancora la pagina ogni volta diversa e sempre uguale, vuota come una diga in manutenzione, enorme come un’alba, nemica come una donna lasciata per un vizio.
Scrivi anche stanotte prima di spegnere il computer le dita e gli occhi con un tasto solo che non potrai riaccendere a comando, nemmeno per Cumpà Giovanni.
La pagina vuota lasciata settanta righe sopra e indietro, sorpassata come un’epoca da cento forse duecento parole fuoriuscite come sperma, incontrollabili, piazzate come chiodi ai vertici di una croce.
Scrivi sulla pagina vuota che dormirai i sogni rubati al parto notturno del circolo dei solitari.
Scrivi che ne scriverai altre, per l’inquieto vivere.
Cumpà Giovanni, io non ho mai saputo perché mi si riempie la pagina e di lacrime gli occhi semmai s’è riempita a modo, con tutte le parole che servono e nessuna di quelle che aggiungendo, tolgono.
Però Cumpà è un atto voluto e d’amore per me che non mi voglio non mi amo e talvolta neppure mi offendo più.
Cerca di capire, perdonare e sorridere, nella penombra della lettura serale.

Dalla pagina che era vuota non si torna indietro più.
 
No U turn20:11 - 18/11/2003
Io sono stato capace di poche cose. Parlare sottovoce; ascoltare volentieri; riconoscere la taglia dei lupi dall’orma lasciata sulla neve fresca.
Ciò che ho imparato l’ho appreso lentamente, stagione dopo stagione e più dagli incontri occasionali, turisti disorientati, portalettere zelanti, medici condotti – che da quelli che mi hanno accompagnato, benché conoscessi la strada.
Ho vissuto come mio padre, qui dove mio padre non avrebbe voluto: tra le montagne. Sono state madre e sposa e ristoro e conforto, le mie montagne. Le volte in cui ho perso il significato e la voglia, guardandole ho compreso che non mi era richiesto di capire, giudicarmi. Mi hanno perdonato ciò che io ancora no.
Il resto l’hanno fatto i miei cani e gli animali. Gli ho dato da mangiare e da bere e per questo poco ho avuto la fedeltà e la fiducia.
Io sono stato capace di poche cose e non del rimpianto. Questa parte del mondo in cui ho vissuto, è l’unica in cui avrei potuto, perché non sono adatto alla confusione e al volubile. Ho bisogno del freddo e del ghiaccio, del legno e della pietra. Diffido di ciò che si può trasformare senza fatica, senza passare per un qualche dolore.
Perciò ho gradito la compagnia del fuoco più di quella dei commensali. Ma ho buoni ricordi di tutti.
Semmai a qualcuno venissero due parole, mi piacerebbero queste:
Ha vissuto qui, capace di poche cose e di conservarle. Non troverete traccia del passaggio dopo l’abbondante nevicata. Non si può dire quanta strada abbia percorso né la direzione in cui se n’è andato. Dopotutto, se non fosse per queste parole, nemmeno sapreste ch’è partito.
Non stupisca e non rattristi l’epilogo che senza rumore né preavviso, come in ogni storia che si rispetti, si vuole che sia mentre sul calar della sera incomincia a piovere.
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